Qualità e costi dei servizi pubblici. Meglio il pubblico o il privato? Ma i comuni svolgono bene il compito loro assegnato? Proviamo a parlarne senza pregiudizi

di Luigi Rambelli

gruppo di sindaci

Nell’occasione dell’elezione di molti nuovi sindaci (e della prima scadenza della nuova tassa sui servizi indivisibili – TASI) appare opportuno riflettere anche sul modo e con quali strumenti, le amministrazioni pubbliche possono intervenire per far applicare le proprie decisioni pur avendo scelto di affidare ad aziende di diritto privato la gestione di determinati servizi. Ovviamente la situazione è un po’ particolare se contemporaneamente l’amministrazione in questione è anche azionista (quindi proprietario, anche solo in parte)  dell’azienda concessionaria, come accade in molte situazioni.

La decisione di passare dalle municipalizzate a società per azioni a maggioranza pubblica ha avuto come motivazione la volontà di avere un ruolo decisivo nella gestione dei servizi. Come si è detto al tempo si trattava di coniugare l’efficienza del privato alla possibilità decisionale del pubblico. In realtà si è aggiunta un nuova complicazione burocratica oltre quelle già numerose che vedono la presenza di competenze infinite fra i diversi livelli di amministrazione (che giustamente si tende a disboscare per rendere più semplice, efficiente, trasparente e meno costosa la macchina pubblica).

Com’era inevitabile e come denunciano diversi dirigenti di aziende di servizio è consuetudine delle amministrazioni pubbliche, qualora si registrino problemi con gruppi di cittadini e categorie economiche, scaricare ogni responsabilità sulle aziende concessionarie dei servizi. Si tratta di una chiamata in causa ormai rituale delle responsabilità di aziende (come Hera, Enia e le altre) nella gestione dei servizi pubblici che “offusca” e mette in secondo piano i compiti e le responsabilità degli amministratori pubblici che troppo spesso rinunciano a svolgere il loro compito di rappresentanza degli interessi della comunità nei confronti delle imprese, limitando troppo spesso il rapporto alla richiesta di “contropartite” di vario tipo.
C’è intanto chi torna ritmicamente prevalentemente con motivazioni ideologiche a chiedere la ri-pubblicizzazione dei servizi rimpiangendo le vecchie municipalizzate. Spesso si tratta di un ragionamento che parte da una mitizzazione di realtà del passato che non ha l’età per potersi avvalere del ricordo e conoscere oltre alle tante cose buone anche vicende non positive. La gestione pubblica si tradusse per esempio nell’avvento di sistemi di potere con risvolti clientelari protrattosi per anni e traslati alle stesse aziende di oggi. Da ricordare come, in qualche caso, si diede luogo anche ad indagini dell’autorità giudiziaria per verificare la fondatezza dell’accusa di collusioni con la criminalità organizzata dedita allo smaltimento di frazioni di rifiuti. Risalgono a quegli anni anche le prime infiltrazioni importanti dei clan dell’ecomafia in diverse regioni dell’Italia del nord.

Da un esame privo di pregiudiziali emerge quindi che la questione di un sistema efficiente di servizi al territorio non riguarda tanto la natura giuridica dell’azienda e neppure la proprietà dei pacchetti azionari parzialmente o totalmente in mano alla mano pubblica. Di per sé la proprietà pubblica delle azioni non garantisce affatto il bene comune. Bisogna affrontare il tema della qualità dell’azione di governo e della capacità/volontà delle pubbliche amministrazioni di far applicare le scelte politiche delle amministrazioni alle aziende alle quali i comuni hanno affidato la concessione dei servizi. Inoltre l’attività delle aziende concessionarie può essere condizionata totalmente da decisioni che sono prerogativa della gestione politica degli Enti Locali, fino a configurare veri e propri conflitti di competenze con la veste di azionisti proprietari dell’azienda che riceve la concessione. In primo luogo questo dipende dalle condizioni poste per concedere il servizio. Poi – nella propria qualità di socio – il comune riveste una serie di funzioni importanti. Ad esempio il comune (direttamente o tramite raggruppamenti) è decisore sugli assetti aziendali (Consigli di amministrazione, presidenze, direzioni dell’azienda); è inoltre decisore sulle tariffe da praticare in quanto presente nell’unico ambito territoriale. In Emilia Romagna, con la costituzione di ATESIR e la scomparsa gli ATO (e delle consulte provinciali) è venuta meno anche la presenza di portatori di interesse (stakeholder) che non siano le stesse amministrazioni locali già azioniste nelle aziende concessionarie.

Non va dimenticato che l’Ente locale ha funzioni decisionali in temi molto importanti: vigilanza igienico sanitaria; nella figura del sindaco la responsabilità della salute pubblica; precise competenze in relazione alla qualità e al peso dell’impatto ambientale e al controllo del territorio; potere autorizzativo per ogni tipo di impianto; percettore di corrispettivi per la eventuale concessione di reti di impianti e servizi rimasti di proprietà dell’amministrazione comunale. Se ne deduce che se i comuni vogliono svolgere un ruolo di governo reale della cosa pubblica anche in questo settore possono farlo. Spetta ai comuni – sempre di più anche in relazione alla eliminazione dei consigli provinciali – il dovere di non delegare le politiche dei servizi alle aziende. Le loro scelte dovrebbero stimolare le aziende a fare bene il loro lavoro definendo gli ambiti nei quali debbono essere svolti e ricevere un contributo importante di innovazione e di proposta.

La conclusione perfino ovvia è l’applicazione di una gerarchia decisionale ben precisa secondo la quale il governo sia esso nazionale, regionale o locale, deve governare; la gestione da parte delle aziende concessionarie si deve svolgere secondo regole e condizioni ben precise e soprattutto trasparenti, sotto la precisa responsabilità dell’amministrazione concedente; i cittadini devono poter avere la possibilità partecipare con il proprio contributo alla definizione degli obiettivi ed esercitare facoltà di controllo.

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